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| Turista , non per caso |
| Lunedì 27 Agosto 2007 16:17 | |||
C’è qualcosa di peggio del turismo? Sì, il turismo di massa. C’è qualcosa di peggio del turismo di massa? Sì, il turismo di massa mordi e fuggi. Questo sembra essere il modello futuro del turismo altoatesino nell’era di re Luis : più strade,aeroporto più grande, sempre più alberghi, per un turismo veloce che in fretta spenda quello che c’è da spendere e consumi il più possibile nel minor tempo possibile, lasciando dietro di sé smog, rifiuti, e null’altro… hops dimenticavo i soldi. Un turismo da Mercatino di Natale, masse di persone ferocemente alla ricerca di spendere, ed è lo stesso se non rimane nemmeno il tempo o la voglia di guardarsi intorno, parlare con la gente locale, fare due risate e rilassarsi. Un turista che non ha tempo, che non può fermarsi, che se piove un giorno, mica se ne sta raggomitolato sotto il piumone a guardare la pioggia che scende. No, corre subito in macchina, cinquanta chilometri di fila per ammassarsi, intasare e inquinare la già, per altri versi, inquinata città di Bolzano. E per far cosa? Visitare un centro che ormai assomiglia sempre più ad altri centri, visitare una mummia che ha eseguito più accertamenti sanitari di centinaia di cittadini, ma la cui causa di morte è ancora sconosciuta. Presto al turista gli si potranno proporre nuovi itinerari : una visita all’inceneritore “che depura l' aria”, un salto ad Ischia Frizzi "guida sicura se non sei ubriaco" o fare un salto a Mules a vedere in diretta come si buca una montagna "ad alta velocità"… Le alternative non mancano. Un turismo di consumo, che a qualche turista comincia a non piacere più. Qualcuno sta pensando che se a Ortisei ritrova lo stesso caos di Milano, gli stessi ritmi frenetici per guadagnarsi un posto in prima fila, le stesse gru, gli stessi rumori, lo stesso smog ,allora,tutto sommato…. me ne resto a casa mia, che per piccina che tu sia … C.V. Io, turista, indignata per il vostro sviluppo anni ’60 Egregio sindaco di Campo Tures, passo le vacanze nella valle di Tures, anzi più precisamente a Riva di Tures da più di venti anni. Ci sono venuta la prima volta nel 1982 e fu un amore a prima vista. Ci sono venuta in viaggio di nozze, con la figlia neonata e via via che è cresciuta, ci ho portato genitori, parenti, amici, collaboratori che a loro volta sono stati conquistati dalla bellezza delle montagne e delle acque, dal silenzio e dal verde e dal raro equilibrio tra uomo e natura che pareva essere rimasto inalterato, a dispetto dal passare del tempo. Ma questo sarà purtroppo l’ultimo anno del mio soggiorno. Da qualche anno questa precaria armonia è stata interrotta: le gru stanno invadendo il territorio che fiorisce di sgraziati e turriti alberghi, i vecchi masi vengono abbattuti, i boschi dissestati, l’asfalto sostituisce i prati, si costruiscono piste di fondo e zone residenziali che trasformano villaggi alpestri e graziose cittadine dal sapore asburgico in zone periferiche in stile minimalista, simili a qualunque periferia urbana, in cui ricche fioriere e nanetti nel praticello rasato sostituiscono le tradizionali spalliere di albicocche e i meravigliosi orti colmi di erbe e di fiori. Perché? È il nuovo che avanza? Per quali turisti avidi e frettolosi gli abitanti stanno apprestando la distruzione del loro incomparabile patrimonio naturale e abitativo che faceva dell’Alto Adige una delle perle del turismo di qualità? Sono certi gli amministratori di una ricchezza così grande di avere scelto bene permettendo agli albergatori di spianare colline, di costruire colossi, di estendere parcheggi e asfalto, ai proprietari di costruire e rimodernare oltre misura senza rispettare i vincoli di una tradizione abitativa straordinaria e preziosa che costituiva, insieme ai boschi e alle montagne, una delle risorse più interessanti del territorio? Fatemele ricordare solo alcune di queste cose perdute, dato che, con molto dolore e anche rabbia, non le rivedrò più: il gioco grazioso delle acque e dei canali a Molini di Tures, l’intatta bellezza della val Sorgiva a Riva, un tripudio di rocce, cascate, sentieri alpestri, fiori, i piccoli mulini di legno scuro lungo il torrente, pieni di ruote e giochi d’acqua, i vecchi negozi di Campo Tures, dalla grazia austroungarica. Non sarebbe stato un segno di lungimiranza (anche economica) cercare di conservare in modo accorto, e attento al nuovo, le particolari qualità di un territorio, da proteggere non solo all’interno del perimetro del parco, ma nella sua globalità, come esempio vivente di amore per la propria terra, di turismo rispettoso e non invasivo, costruttore di reali possibilità di sviluppo a lungo termine? Questo modello di turismo intelligente ce lo aveva insegnato proprio l’Alto Adige, dove giustamente non si vendevano case ai non residenti, dove soggiornare era piacevole anche grazie alla estrema vivibilità delle sue strutture pubbliche: ma ora i residenti cosa fanno? Che fine ha fatto la piscina di Lutago con le sue saune? Dobbiamo tutti farci il bagno di fieno in mega- alberghi arredati come le hall di un aereoporto? Che dire poi del progetto idroelettico che sta sventrando Riva? Era proprio necessario? Non immaginavo davvero che arrivassero ora, in Alto Adige, gli sbadati e rovinosi anni ’60, che hanno fatto delle coste italiane una ininterrotta sequela di cemento e ombrelloni. Ma oggi non siamo negli anni del boom economico, non si possono fare gli stessi errori. Spero che prevalga il senso della misura e non si preferisca un turismo predatorio, che arricchisce pochi e impoverisce tutti. Simonetta Chiappini, Firenze Alto Adige, 21 agosto 2007 Perchè state distruggendo
Tito Livraghi Alto Adige, martedì 07 agosto 2007 Fate qualcosa prima che Giovanna Mazzola Alto Adige , Mercoledì 01 agosto 2007 L’ultima valle del turismo globalizzato Sono reduce da un week-end di vacanza in Alto Adige con la mia compagna e per la precisione nella bella Valle Aurina. La suddetta valle, priva di valichi carrabili verso l’Austra, è la più nord dell’intera provincia di Bolzano (nonché di tutta Italia!) ed è caratterizzata da un lungo fondovalle costellato da piccoli paesini, per lo più con nomi di santi, sopra i quali si impennano prima ripidi prati e boschi costellati da stupendi masi e poi maestose cime. Pensavo, andando in questi posti, di poter godere di un ultimo avamposto di natura incontaminata, dove il turismo di massa non aveva ancora lasciato i suoi inconfondibili e devastanti segni. Purtroppo ho dovuto ben presto ricredermi. Premetto che sono un amante dell’Alto Adige, dove - grazie alla vicinanza - quando posso mi reco sempre volentieri e che spesso porto ad esempio nei campi più svariati: dall’attenzione verso l’ambiente, all’ospitalità nelle zimmer, dalle ciclabili, alle piscine, ecc. Ed è così che il primo impatto con la “nuova mentalità” della valle l’ho avuta in bel maso nella Valle di Rio Bianco, dove chiedendo uno strudel con crema di vaniglia, il simpatico gestore mi faceva giustamente notare che la vaniglia non aveva nessuna tradizione nel Sud-Tirolo, ma era solo un’invenzione degli ultimi anni. Ho incassato molto volentieri l’osservazione e ho ordinato lo stesso lo strudel, peccato che lo stesso mi sia stato servito in un bel piattone modello gran ristorante (molto poco consono per una malga) con a fianco una bella “guarnizione” costituita da una fetta di arancio. Che forse in Alto Adige in passato si producessero arance? Massimo Ruzzenenti
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